Campania: i tre piatti simbolo della regione

La campania è una regione unica, ricca di colori, storia, musica, antiche tradizioni popolari e davvero tante tradizioni culinarie. 

Ci si può godere il mare nelle isole di Ischia, Procida o di Capri, vedere la caratteristica costiera Amalfitana e le tante città della regione.

Si possono visitare resti di monumenti greci nella città di Paestum, resti Romani a Pompei o Ercolano e altre meraviglie delle successive dominazioni come la reggia di Caserta. 

Oggi ci concentreremo su tre specialità tipiche, per scoprire qualche curiosità e andare indietro nel tempo insieme alla loro storia.

Il primo piatto, simbolo non solo della regione ma anche dell’Italia, è la pizza… talmente conosciuto, buono e famoso da essere diventato patrimonio UNESCO.

Il suo nome deriva dalla storpiatura della parola “pitta”, un pane schiacciato, mentre la sua storia affonda le radici in un passato lontano. Si può dire però che la prima vera unione tra la pasta lievitata e il pomodoro avvenne a metà del Settecento nel Regno di Napoli, che partorisce la versione definitiva nel 1889 quando il cuoco napoletano Raffaele Esposito creò la pizza Margherita (tricolore) in onore della Regina Margherita di Savoia.

Al Cestino di Viola vi proponiamo un pizza al taglio con gli elementi della tradizione: farina italiana biologica, pomodoro campano e mozzarella biologici.

Come la pizza, la pastiera ha messo le sue radici a Napoli: un dolce di pasta croccante con ripieno morbido e speziato. Gli ingredienti principali sono le uova, i fiori di arancio, la ricotta, il latte e lo zucchero.

Torniamo indietro nel tempo: si dice che la Sirena Partenope scelse come dimora il golfo di Napoli, e le persone, per omaggiarla per i suoi canti meravigliosi, le dedicarono questa ricetta di ingredienti simbolici: l’uovo, ad esempio, è simbolo di eternità. 

Con molta probabilità nacque nel 1500 nel convento di San Gregorio Armeno dove una suora inventò questo dolce per la Pasqua, talmente buono che la moglie del re Ferdinando II di Borbone sorrideva solamente durante la Settimana Santa, per la presenza del dolce in tavola.

Concludiamo con la storia del Babà o babbà (come lo chiamano i napoletani): dolcetto lievitato bagnato nel rum.

Vi stupirà sapere che la sua origine in realtà non è napoletana, il dolce infatti è nato in Polonia perché il re, senza denti, voleva un dolce che potesse mangiare senza difficoltà: così all’impasto lievitato venne aggiunto il liquore per ammorbidirlo. Il babà è stato poi perfezionato in Francia e definitivamente a Napoli, dove la lievitazione venne messa a punto per rendere perfetta la ricetta. Il nome si ispira probabilmente alle ampie gonne delle donne polacche (babka).

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